L’evoluzione storica del contratto collettivo in Italia (in breve)

Durante il periodo fascista la contrattazione collettiva è stata caratterizzata da un sistema centralizzato a predominanza politica con l’istituzione dell’ordinamento corporativo (riconoscendo per ciascuna categoria di lavoratori UNA SOLA organizzazione professionale).

Le organizzazioni professionali corporative:

  • aveva rappresentanza legale della categoria professionale
  • aveva una “organizzazione” pubblica;
  • era legittimata a stipulare i contratti collettivi con efficacia erga omnes (la loro osservanza era garantita da sanzioni civili e penali)

Con la caduta del sistema corporativo le associazioni sindacali diventano libere di individuare l’ambito delle categorie di cui intendono farsi espressione ma perdono il potere di rappresentanza istituzionale di tutti gli appartenenti a tali categorie.

Con la Costituzione (ed in particolare con l’art. 39) l’Assemblea Costituente prevede la possibilità per i sindacati registrati di stipulare contratti collettivi con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle quali il contratto si riferisce.

L’art. 39 della Costituzione è rimasto, ad oggi, inattuato per cui permane ancora il problema dell’efficacia dei contratti collettivi

Dopo il 1954 (a seguito di un accordo interconfederale) viene riconosciuto alle federazioni di categoria il potere di negoziare autonomamente i livelli retributivi.

La contrattazione nazionale è ammessa mentre quella a livello aziendale è altamente contrastata

Negli anni ’60 la contrattazione cresce di importanza e di dinamica (sia a livello aziendale e sia a livello di categoria) sulla spinta di un crescente sviluppo economico.

In sostanza ai contratti nazionali viene assegnato il compito di predeterminare (con clausole di rinvio) le materie che saranno poi delegate alla contrattazione aziendale.

Nel periodo 1968-69 la contrattazione raggiunge il massimo di forza a livello aziendale che diventa il perno trainante del settore industriale.

Nella metà degli anni ’70, a causa della crisi economia, la contrattazione sindacale tra le parti sociali diventa più collaborativa e meno conflittuale.

Negli anni ’80 si ritorna ad un forte decentramento della contrattazione a causa delle mutevoli e differenti esigenze del sistema produttivo nazionale.

Negli anni ’90, anche per la nascita di importanti accordi europei (es.: Maastricht nel 1992), riporta nella politica sindacale una nuova esigenza di accentramento, per l’esigenza di un controllo del “sistema lavoro” anche in ragione delle potenziali spinte europeiste e di globalizzazione.

Il Protocollo del 23 luglio del 1993 sancisce un accordo tra Governo e parti sociali (datori di lavoro e lavoratori) per organizzare una politica salariale unitaria per garantire un sistema di relazioni industriali efficiente .

Attualmente la contrattazione collettiva è governata da un articolato sistema di norme facenti capo a diversi accordi interconfederali:

  • Protocollo del 1993;
  • Accordi del 22.01.2009;
  • Accordo del 28.06.2011:
  • Protocollo d’Intesa del 31.05.2013
  • Accordo Confindustria – CGIL, CISL e UIL del 10.01.2014 (Recante il “Testo Unico sulla rappresentanza”)

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